content="BTEC offre servizi professionali di stampa, digitalizzazione e restauro di immagini e fotografie, garantendo qualità e precisione.">

07.07.26

Tesi & Controtesi

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“La parola «arte» non esiste in greco, il concetto unico usato dai greci era la techne, che non è la tecnica ma è la capacità di capire come si fa a fare una cosa in modo che sia agathòs, cioè renderla utilizzabile, utile.”

Philippe Daverio, Che cos’è la bellezza, 2022

Tesi & Controtesi

Btec non ha cercato di competere con i concorrenti sul terreno della potenza nel mostrare gli ultimi macchinari. Al contrario, ha fatto ciò che sa fare, ossia prendere la complessità e renderla accessibile, portarla nel processo creativo, costruire un ponte tra chi usa la tecnologia e chi la crea.

«Vogliamo costruire percorsi con strumenti che permettano a persone senza una preparazione iper tecnologica di essere creative con l’elettronica, dopo oltre 40 anni applicati all’analogico.»

È la stessa logica che applichiamo al prodotto da anni, ovvero, non mostrando l’ultimo acquisto tecnologico, ma usando la tecnologia nello stile più elegante, più intuitivo, più adatto alla vita reale di chi ne necessita.

Progettiamo e lavoriamo pensando prima alla persona che ci contatta per il suo lavoro e poi al meccanismo. Non gareggiando sulla quantità e la potenza, ma solo dando libero sfogo al Cliente e alla sua creatività, ripensando l'interfaccia tra uomo e macchina.

Nel nostro procedere nella scansione di un archivio fotografico, come alla mostra di un autore pubblico o privato, non basta acquistare una buona macchina per eseguirli, significa progettare anche il gesto di chi lo esegue, non solo il meccanismo che la produce. È questa la profonda differenza tra l’impostarne l’uso e il semplice possedere l’attrezzatura.

Oggi tra offerta e domanda, sempre più spesso la ‘tecnologia’ ne indirizza l’effetto estetico, applicativo, delegandole il fine ai soli automatismi e sempre più alla AI.

Quello che serve non è l’attrezzatura con più parametri, non è la «sovranità tecnologica» intesa come emulazione di ciò che i software fanno con risorse decine di volte superiori.

Ciò che serve è applicare al software lo stesso approccio che abbiamo sempre ritenuto valido: pensare all'interfaccia, progettare l'esperienza, capire come uno strumento potentissimo e generico possa essere reso utile per rendere l’immagine il più comunicativa possibile seguendo la sensibilità dell’autore.

Il nostro spazio può essere esattamente lo stesso, ma in una bottega di maestri artigiani, tornando ad essere se stessi nel proprio Mestiere, dentro ad una tradizione che guarda al Futuro.

Btec ha sostenuto le spese di alloggio per i 3 anni di Accademia con indirizzo: Comunicazione Visiva e Multimediale.

La tesi ed il video si sono svolti il 7 luglio 2026 presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata.

Alcune immagini colte durante la cerimonia di laurea.

Complimenti a Giulia Lazari con la tesi: LINGUAGGI DELLA VIDEO ARTE, nel renderci orgogliosi di averci coinvolto nel suo percorso.

23.03.26

Btec complice dei fotografi


Btec invita tutti i professionisti e gli appassionati di fotografia a scoprire la nuova carta Baryta HERITAGE, pensata per esaltare ogni dettaglio dello scatto.

La sua morbida finitura semi-lucida, priva di effetto “bronzing”, garantisce stampe brillanti, ricche di profondità e con una resa cromatica unica, valorizzando al massimo sia i bianchi che i neri con contrasti intensi e definiti.

Realizzata su supporto 100% cotone e disponibile nelle versioni Natural White e Bright White, la gamma HERITAGE offre qualità museale, pH neutro, assenza di sbiancanti ottici (OBA) e conformità alla normativa ISO 9706.

Con grammature da 310 e 320 gr e una superficie baritata al solfato di bario, rappresenta la scelta ideale per chi cerca eccellenza e durata nel tempo.

Per i mesi di aprile, maggio e giugno è attiva una promozione speciale con il 10% di sconto sul listino Heritage.

08.10.25

L’archivio Infrared di Roberto Gorgò

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La storia della fotografia nel suo corso pluricentenario documenta come in questo straordinario mezzo siano presenti sin da subito sia la componente artistica che quella documentaria. Quindi tanto le opere di artisti autentici che nell’uso del mezzo fotografico trovano modo di esprimere la loro sensibilità e creatività, quanto gli archivi storici sedimentati, che documentano e riscontrano storie e attività umane, visualizzando eventi storici, patrimonio culturale, usi e costumi, paesaggio e natura.

Al valore di rappresentazione della realtà o dell’opera creativa si aggiunge dunque il valore dell’insieme di tecnica, materiali e soggetto rappresentato, che come tutti i valori culturali tangibili (e intangibili) necessita di tutela, esige la conservazione e merita la valorizzazione.

L’attività di Roberto Gorgò (1932–2020), industriale della camiceria a Carpi, è sempre stata segnata da una forte passione per la fotografia. Numerosi i video e le fotografie che, dagli anni ’50 in poi, ritraggono aspetti della sua vita familiare — dalle vacanze giovanili al matrimonio, dalla crescita dei figli ai viaggi di quel periodo — raccolti in una serie di lavori di ricostruzione e montaggio degli originali.

Successivamente, con un corredo Hasselblad 6x6, Gorgò realizzò una vasta documentazione dei suoi viaggi, tra lavoro e svago. Vi fu poi un periodo di circa dieci anni in cui, insieme a Btec, mise a punto una tecnica di sviluppo per la pellicola infrarosso, che lo affascinava per la sua capacità di trasformare la luce in linguaggio.

Oggi l’archivio conserva oltre 3000 stampe sotto passe-partout, ordinate in scatole catalogate per luoghi ripresi. Questo fissare su carta, questo modo di fare fotografia, ha contribuito a creare una visione del paesaggio con un suo sguardo fotografico che, proprio nell’atto di riprendere un luogo, consolida il suo stile e trova una chiave di interpretazione del reale, ma anche una sorta di paesaggio come stato d’animo.

Guardando la stampa fotografica dell’archivio nella sua integrità — come luogo e come conservazione — si scopre un concetto di senso sulla visione e sulla modalità di acquisire con lo sguardo quei sentimenti che si muovono dall’interno, alla ricerca di un mondo che a volte rischiamo di perdere di vista.

Le immagini invitano l’osservatore a scoprire quanto e in che misura il mondo simbolico di certe fotografie classiche influenzi la conoscenza del mondo reale, e come le due dimensioni — quella reale e quella simbolica — si intreccino costantemente.

Un particolare colpì durante la stampa del suo lavoro: alcune immagini rievocavano un ricordo visivo, un flash-back che univa presente e passato. In queste “immagini cristallo”, si instaura un circuito tra l’immagine attuale del presente e l’immagine attualizzata del virtuale-ricordo. Sembrano la stessa persona, lo stesso sguardo.

Ogni fotografia è uno sguardo che narra una condizione, un divenire della scena rappresentata nel flusso degli eventi. Si vede come lavorava Roberto: inquadrature ampie per riprendere al meglio il soggetto, spesso elaborate in camera oscura fino a trovare il giusto equilibrio tra le parti.

Il trattamento della pellicola infrarosso HCI Kodak nasce dall’esperienza di Btec nella conoscenza e nel trattamento dei bagni di sviluppo fotografici. Abbiamo selezionato uno sviluppo in polvere che lavorasse lentamente per dare alla grana la massima finezza, con diluizioni calibrate e un trattamento manuale specifico nella agitazione del bagno. Il risultato: una grana molto fine, mantenendo l’effetto Wood senza estremizzarlo, evitando la perdita di nitidezza ai bordi.

17.09.25

Restauro Madonna

Madonna del Mare, Sandro Botticelli, 1477 ca

In questo caso della diapositiva scoloratasi, l’obiettivo del restauro è la conservazione – difesa con scrupolo – o il ripristino, perseguito con fedeltà filologica, non tanto nella consistenza materica, quanto dell’atmosfera che i colori originali trasmettevano?

In questo caso la sostituzione per necessità, dell’originale ormai non recuperabile fisicamente, può essere effettuata purché l’elemento sostituente abbia il medesimo aspetto dell’originale e le medesime caratteristiche cromatiche.

Qui, trattandosi di una diapositiva a colori, le operazioni di restauro digitale a monitor devono prevedere conoscenze approfondite del colore e dei passaggi necessari ad impostarle, per far sì che l’elemento sostituente non rompa l’equilibrio e non risulti troppo evidente.

28.08.25

Sim Simenon

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Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno.

Alfred Hitchcock un giorno telefonò cercando di Simenon e la segretaria gli rispose che stava scrivendo un romanzo. La risposta di Hitchcock fu: “Bene allora aspetto”.

Pubblica oltre 170 romanzi con vari editori (Ferenczi, Tallandier, Fayard), tutte opere sotto vari pseudonimi, dei quali i più ricorrenti sono Georges Sim.

Nel 1928 intraprende un lungo viaggio, prima sulla chiatta Ginette, quindi sul cutter Ostrogoth, lungo i canali navigabili francesi, da cui trae ispirazione per la realizzazione di numerosi reportage. I canali e i paesaggi piatti e brumosi della Francia del Nord ricorreranno poi in molti dei suoi romanzi e racconti, polizieschi e no.

Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista Détective, appare per la prima volta il personaggio del commissario Maigret. Nel 1931 si avvicina al mondo del cinema. Assieme alla prima moglie Régine Renchon, detta Tigy, intraprende lunghi viaggi per il mondo per tutta la durata degli anni trenta.

Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista Détective, appare per la prima volta il personaggio del commissario Maigret.

Lo stile di scrittura di Simenon è caratterizzato, nonostante il vocabolario scarno e la rinuncia a qualsiasi finezza letteraria, da atmosfere dense. Il suo lavoro arriva, nelle sue stesse parole, dal “popolo nudo”, dall'uomo che viene alla luce dietro tutte le possibili maschere.

La lavorazione per la stampa del lavoro in mostra è stata una esperienza di immersione nel percorso e nel tempo dell’autore. Abbiamo anche ricreato le pagine degli album originali, soffermandoci sui particolari, sulle persone ritratte, sui viaggi e, come spesso accade, la storia si apre alla contemporaneità, con i suoi rimandi e le sue riflessioni. Le testimonianze danno a chi le riceve l’immediato e pressante desiderio di trasferirsi in quel punto, del tempo e dello spazio cui la testimonianza si riferisce.

2009

Rilevamenti

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L’intervista a Olivo Barbieri è stata realizzata nel 2009, su iniziativa di uno studente come parte della sua tesi di fine corso presso la Fondazione di Modena. L’istituzione, centro d’arte contemporanea e scuola di alta formazione, è dedicata alla fotografia e all’immagine contemporanee, con particolare attenzione alla valorizzazione di una vasta e significativa collezione di fotografie storiche e attuali. La Fondazione si distingue inoltre per la sua competenza scientifica nei campi della catalogazione, della conservazione e del restauro delle opere fotografiche. 

Chi ha ideato il progetto?

Torricelli e Caria nel 1980. A quel tempo iniziare una attività come laboratorio fotografico bianco e nero si scontrava con molti ‘luoghi comuni’ e poca pratica imprenditoriale.

Fare emergere dei percorsi su questa strada era difficile, un certo periodo era finito e ci si doveva apprestare a raccogliere e trasformare modalità e concetti del mezzo sia tecnico che autoriale.

Nel 1985 dopo cinque anni di attività pensammo che occorreva staccarsi da una ‘autoreferenzialità’ fatta di luoghi comuni, non cercavamo un laboratorio commerciale, ma un luogo dove l’artigiano incontra i linguaggi dell’arte, dove il tuo lavoro fosse compreso nel lavoro degli altri.

In che anno nasce l'idea del progetto?

Nel 1985, anno molto prolifico per la fotografia in Italia ed in particolare in Emilia.

Chi erano i soggetti coinvolti?

Beh! Devo dire che allora non c’era tutto questo bisogno che vedo oggi, di cercare sponsor, critici, curatori, gallerie o enti pubblici che ti appoggino. Eravamo all’inizio e la Fotografia non aveva un mercato autoriale come lo ha oggi. Si pensava di più a cosa fare che preoccupandosi di aspetti speculativi.

Nel 1979 vi era stata la prima Biennale di Fotografia a Venezia, nel 1984 usciva ‘Viaggio in Italia’, sempre a cavallo di quegli anni, vi fu un convegno a Modena dal titolo ‘Fotografia come bene Culturale’.

Come avviene la ricerca del fotografo e in generale delle persone che hanno contribuito alla realizzazione del libro?

La ricerca del Fotografo non fu difficile, Olivo Barbieri abitava a pochi passi dal laboratorio a Carpi. Ma come dicevo, allora, ci si preparava ad uscire da alcuni schemi e vi era ancora un dialogo continuo tra: fotografia storica e contemporanea, artistica e documentaria, locale e internazionale.

L’Autore fotografo ancora non era ben definito, ma si stava definendo un nuovo genere di percorso, più attento alle scelte da fare, e qui che si è cercato Olivo Barbieri. Già allora aveva fotografato tanto, aveva un archivio importante, una ricerca molto curata, e da lì che abbiamo deciso di fare un percorso insieme, un laboratorio ed un fotografo, un’articolazione tra l’aspetto economico e sociale e l’aspetto culturale e simbolico, credo ad un forte legame tra la produzione ed il mezzo tecnico e la sua storia con lo spazio sociale su cui si deve operare.

Quali sono i riferimenti artistici che hanno ispirato il progetto?

Come dicevo, allora vi era ancora un dialogo continuo tra generi fotografici. Non si affrontava la Fotografia solo in relazione all’Arte ignorando la sua funzione di memoria storica e privata, di strumento di comunicazione quotidiano e di inventario del reale. Allora era appena stato presentato il progetto di ‘Viaggio in Italia’, era su quei temi che si stavano indirizzando i ‘fermenti’ qui in Emilia, e la figura di Luigi Ghirri.

Pensammo di impostare il progetto trovandoci tutte le domeniche (le abbiamo veramente fatte quasi tutte), scattando in formato pellicola 20x25. Credo che Barbieri avesse già una straordinaria dote nel comprendere il percorso che avrebbe poi intrapreso, noi cercavamo una chiave di comprensione, studio, applicazione di uno dei mezzi di espressione più complessi e pervasivi della nostra cultura.

Quale era la scena della fotografia di paesaggio di quegli anni? Quali i riferimenti più prossimi?

Questa è una domanda complessa, perché in Italia i tanti percorsi sulla fotografia di paesaggio sono stati ricuciti tra loro, spesso con vuoti notevoli tra un periodo e l’altro. Non si è formato un ‘corpo’ della fotografia di paesaggio italiana. La così detta ‘scuola italiana di paesaggio’ mancava proprio del termine ‘italiana’, quello stimolo è nato appunto con Viaggio in Italia. Da lì è cominciata con ritardo e carenze una riflessione sull’uso della Fotografia del paesaggio, dovendo a volte, invece che fare tesoro dei precedenti lavori spesso poco riconosciuti, lavorare sullo scarto, sullo staccarsi da percorsi definiti ‘passisti’ legati al paesaggio come specchio del reale, esito di un realismo ingenuo.

Qui iniziarono gli spunti presi da autori esteri. Gli anni ’80 dalla fotografia Americana, da Robert Frank, Lee Friedlander, Lewis Baltz, ecc. Vedi anche la realtà in Italia di LINEA DI CONFINE, che ha cercato di raccogliere quelle esperienze, insieme a personaggi come Paolo Costantini, Guido Guidi. Si operava spesso in un Nulla, alla ricerca del particolare per renderlo universale. Vanno bene i riferimenti agli Americani, agli altri Europei, ma questi da sempre, (ed è così che si fa storia e cultura) sostengono che anche i generi apparentemente privi di specificità e intenzionalità artistica meritano un corretto inserimento nella prospettiva storica e critica, se si vuole fare opera di vera divulgazione della cultura fotografica. Il concetto di Paesaggio da loro si è mosso su diversi aspetti, cito Ansel Adams, occorrono queste grandi figure da cui ‘staccarsi’ per scoprire nuove strade.

Penso occorra attenzione a questo aspetto. Cito Uri Stahel del museo di Winterthur: “questi settori e mondi della Fotografia sono oggi in contrasto al mondo visivo che si considera valga la pena collezionare od esporre e a quello del foto amatorialismo. Rappresentano una specie di mondo parallelo rispetto alle realtà espositive emergenti”. Uscire dal linguaggio di fotografia contemporanea legata al solo mercato ed entrare nel linguaggio di contemporanea fotografia, fatta di ricerche serie su ciò che realmente possiamo sostenere.

Abbiamo avuto gli anni ’50 autori come Cavalli, Camisa, Migliori, Branzi, Donzelli, Gardin con affinità alla fotografia di Cartier-Bresson, Boubat, Kertez, Strand, poi un Giacomelli e ancora Migliori con maggiori affinità a quella ‘onirica’ e ‘surrealista’ dimostrando di non essere affatto fermi su canoni classici. Caso mai da noi manca il riconoscimento alla attività di 'maestri' della nostra fotografia, un riconoscimento non 'tardivo' intendo. I riferimenti contemporanei più prossimi: OLIVO BARBIERI e NINO MIGLIORI.

Certo non sono competente dal punto di vista del teorico che ha indagato a fondo questi temi, ma ho visto in tutti questi anni di attività, che spesso, ci tocca sempre ripartire da capo, spesso non valutiamo il livello di certi nostri Autori che si misurano con l’estero e che non sosteniamo. Così come diamo poca importanza a quelle realtà che sono sempre state una base per costruire tecnicamente i percorsi, i Laboratori.

E per non restare solo nell’ambito di un solo genere, un gruppo di reporter quali Cocco, Dainelli, Cicconi-Massi, Cuttica, De Luigi, Monteleone, iniziarono dagli anni 2000 a provare a dare progettualità al genere del reportage, con progetti su vasta scala come New Generation, di respiro internazionale, purtroppo già allora l’aspetto sociale stava scemando sostituito solo da quello autoriale, forse una presunzione, forse una voluta miopia, nel frattempo sono stati ristampati fior di cataloghi sui fotografi di Magnum e poco o nulla è venuto dalla Agenzia più importante italiana di cui ne facevano parte. Aggiungo, che vi sono tantissimi altri sconosciuti che non trovano oggi lo spazio per mostrare cose interessanti, slegate dal mercato e dai ‘mercanti di idee’.

Gestione del progetto: tempi e modalità di ripresa e stampa

Tutte le domeniche per un anno uscivamo con una folder 20x25 a lastra, il laboratorio le sviluppava e le provinava a contatto sulla carta Oriental la più bella che c’era sul mercato allora. La ripresa era a totale discrezione dell’Autore così come la scelta dei 12 soggetti per la stampa del catalogo. L’impaginato e la forma sono poveri perché fatti in casa, ma non ci si preoccupava più di tanto, eravamo convinti dell’importanza del lavoro.

Fu inviato a centinaia di indirizzi in Italia e all’estero, conserviamo alcune delle molte risposte e qui ne mostriamo alcune. Roberta Valtorta ci fece la recensione. Nacque con questo catalogo l’idea di darci un marchio, BTEC.

Quale è l'eredità più importante del progetto dal tuo punto di vista di produttore

Ci può essere pensiero nella tecnica se la si intende come ricerca. Questo era il concetto che volevamo esprimere con questa iniziativa, nel nostro lavoro. Il processo sia tecnico che intuitivo sta alla base della creazione di un’opera o del proprio lavoro. Tutto questo in opposizione a tanti pregiudizi o errate considerazioni sia di mercato che culturali.

Volevamo sperimentare, rielaborare, sottrarre al luogo comune le tecniche tradizionali assieme a quelle più avanzate e futuribili, vivendo e riscoprendo la così detta ‘arte magica’ della fotografia, concepita centinaia di anni fa. Conoscere i propri strumenti fa parte del patrimonio professionale e culturale, credevamo e credo tutt’ora, che apra a possibilità tecnico espressive e amplia il contesto in cui queste vengono utilizzate. Eravamo già allora fautori della cosiddetta e abusata parola: post_produzione.

Nel contesto più ampio della fotografia di paesaggio e di una storia ormai metabolizzata, come si colloca il progetto? Quale il suo valore?

Rifletto spesso sul ‘rischio’ di guardarmi indietro, sulla necessità di riprospettare il futuro. BTEC da allora è sempre stata attiva e partecipe di quella ‘cultura materiale’ fatta di autori, fotografi, storie e tecnologie. A differenza di mie colleghi e di una certa realtà tecnologica, a distanza di tempo, ritengo che oggi l’unico costo reale nella vita sia proprio il ‘tempo’. Che l’unico e grosso rischio sia sempre il tempo. Se mi guardo indietro mi chiedo se rifarei le stesse cose. La risposta è . Quindi in un certo senso c’è una grande incertezza, un’incertezza molto alta, ma non c’è alcun rischio se stiamo attenti ad ascoltare, a cercare strade nuove, consigli, a prestare ascolto e coinvolgere nuove idee.

Il cambiamento è necessario ed avvincente sia creativamente sia tecnologicamente, l’importante è continuare a riconoscersi in quello che si è fatto, continuando lo scambio di esperienze e soprattutto riconoscersi in quel campo chiamato Fotografia. Emerge in questo momento importante, l’urgenza di ridefinire la realtà Laboratorio, per cercare nuove relazioni che rimettano in moto il necessario entusiasmo per promuovere 'prodotti genuini'.

Il Laboratorio può mettere a disposizione, interventi, materiali e riferimenti, messi insieme nel divenire della cultura fotografica e del suo rapporto con momenti della produzione. Quella del Laboratorio Fotografico nella maggior parte dei paesi europei di forte tradizione e cultura fotografica è considerata una esperienza attiva nel campo della ‘cultura materiale’. La cultura materiale di ogni gruppo sociale può essere ritenuta costituita cumulativamente dall'insieme dei manufatti, dei comportamenti o pratiche messe in atto per produrli, scambiarli, usarli, scartarli, sia dalle attribuzioni di significato relative ai manufatti in quanto tali, sia al loro impiego. Ebbene: queste tecniche ed il loro percorso fatto a più mani sono un patrimonio di cultura materiale.

Per portare a compimento questo, occorre come pre-requisito, padroneggiare quello che potremmo definire un 'vocabolario', essere capaci di riconoscere le correlazioni possibili tra autori, tra percorso progettuale e comportamenti, tra materiali e tecniche. Il Laboratorio è luogo di produzione e trasformazione di manufatti, luogo in cui emergono le esperienze vissute, scoperte, nuove, interessanti, portarle a conoscenza di chi possa ulteriormente interpretarle, criticarle, usarle, esporle, conoscerle, sia nei lavori di giovani e sconosciuti autori, come dei maestri, degli autori affermati, di coloro che si sono soffermati insieme a noi, a riflettere sui risultati di ogni azione.

Occorre al Laboratorio Fotografico un progetto 'organico' che ne costituisca la struttura, quindi coerente, compiuto da chi progetta, ma anche da chi espone l'opera fotografica, per averne le basi critiche, la storia, la tecnica – quale percorso obbligato nel suo genere, il mondo che la produce e la vive, che ne necessita, per formare quel campo di appartenenza nel porsi a confronto con le altre discipline. Vedi i titoli alla fine di ogni film, ci sono proprio tutti e nessuno toglie all’altro, anzi. Rinunciare alla smania di farci imporre tutte le 'novità', se si vuole che le cose, le persone e i fatti che vi trascorrono abbiano qualcosa da dire con utilità. Non vuole essere una pretesa di demagogia o utopia, ma un semplice aprirsi, quando è difficile capirsi.

Molto di questo nasce da quel tempo e dalle tante figure che hanno frequentato il nostro laboratorio in questi anni e in un clima di discussioni e conversazioni che ci hanno aiutato a crescere. Forse il segreto in tutto ciò è restare Artigianipiccolo è bello se resta grande la visione.

Aspetti tecnici: il bianco e nero, perché questa scelta? Quali ragioni tecniche ed espressive?

Quando iniziammo la tecnologia colore era ancora molto costosa, prima di aprire il laboratorio ci commissionarono un lavoro di ripresa sulla urbateTTura degli edifici storici nel Comune di Carpi, tutto eseguito in lastra 4x5 e pellicola 35 mm bianco e nero. Allora ci si rifaceva al lavoro di Paolo Monti sui centri storici, questo era un lavoro più tecnico. Così ci siamo trovati ad allestire una camera oscura professionale.

Il bianco e nero cominciava ad essere abbandonato per il colore, gli stampatori allora erano in prevalenza piccoli artigiani ormai con l’età, e i laboratori industriali passando al colore dismettevano le lavorazioni bianco e nero. La stampa in bianco e nero era considerata appannaggio ed esclusiva di chi aveva formule o tecniche conservate nel tempo.

La camera oscura e l’idea del laboratorio cominciò così a farsi strada, le richieste di fotografi nel campo della moda e del reportage cominciarono a darci del lavoro alla ricerca di una continuità e professionalità, e lasciammo la ripresa per la stampa. I primi viraggi e intonazioni che sperimentammo, ci furono pubblicati su importanti riviste estere, mettemmo a punto alcuni sviluppi per l’infrarosso unici, importammo una pellicola speciale la Gigabitfilm ed un manuale che traducemmo sul Sistema a Zone, seguivamo al buio con occhiali infrarossi lo svolgimento accurato e sicuro dei materiali sensibili alla luce. Non voglio aggiungere ciò di cui ormai si dà per acquisito, ovvero la capacità espressiva del bianco e nero, lascio la parola agli autori e utilizzatori di questa tecnica altamente espressiva.

Abbiamo sempre cercato nel lavoro tecnico espressivo di averne un’immagine nel giudizio degli altri, perché penso, che il nostro lavoro deve contenere anche il progetto che noi facciamo del lavoro degli altri. Questa è la ragione che mi auspico continui. Lo stampatore ha una grossa responsabilità, quella di essere il primo spettatore dell’opera di un autore e produttore di ‘documenti’ che dovranno affrontare il Tempo.

31.01.25

Shaoxi: at ease! - Andrea Cavazzuti

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Venerdì 31 gennaio si è tenuta l’inaugurazione della mostra fotografica Shaoxi: at ease! di Andrea Cavazzuti, un evento che ha offerto uno straordinario sguardo sulla Cina tra il 1981 e il 1984.

Durante l’incontro con l’autore presso l’Università Popolare di Prato, Cavazzuti ha raccontato la sua esperienza e il contesto storico di quegli anni, segnati dalla fine dell’isolamento e dall’apertura del paese al mondo. Attraverso le sue fotografie, il pubblico ha potuto riscoprire una Cina autentica, lontana dagli stereotipi e dalle etichette, immortalata da un giovane fotografo già collaboratore del grande Luigi Ghirri.

L’inaugurazione ufficiale della mostra si è svolta al Cassero Medievale alla presenza dell’autore, dove i visitatori hanno potuto esplorare non solo le immagini, ma anche lo splendido corridoio medievale che collega le mura cittadine al Castello dell'Imperatore. La mostra è stata aperta fino al 9 febbraio, con un’affluenza significativa soprattutto nei giorni del Capodanno cinese, offrendo un’occasione unica per immergersi in un’epoca di grande trasformazione storica e sociale.

Un sentito ringraziamento all’Istituto Confucio di Torino e alla Prof.ssa Stefania Stafutti per il supporto all’evento.

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