Una questione di dignità

Una questione di dignità

Una-questione-di-dignità-2Una Questione di Dignità
ARTI MAGGIORI E ARTI MINORI
Elena Agudio

Per molto tempo il lavoro dell’artista, in quanto ‘manuale’, è stato messo in secondo piano rispetto alle arti ‘liberali’. Alla metà del Quattrocento inizia un faticoso processo di affrancamento, condizionato a lungo, però, da una nuova distinzione: quella fra artisti e artigiani. Artigiani si diventa, artisti forse si nasce.Un tempo artisti e artigiani erano considerati figure di pari dignità, entrambi discriminati dalla torre d’avorio degli intellettuali perché prosaici lavoratori manuali.

Nella tradizione platonica il concetto di superiorità dell’arte libera e pura su quella ‘meccanica’ e applicata riecheggiava l’aspirazione della cultura antica a una forma diconoscenza capace di liberare l’uomo dal peso della sua condizione materiale, di essere finito. Le professioni che richiedevano sforzo fisico non erano viste come degne di un uomo d’intelletto.

Le arti liberali – così denominate dagli autori latini per il fatto di poter essere praticate esclusivamente dagli uomini di classe sociale libera – rappresentavano le discipline del sapere legate al pensiero umano più speculativo e alle forma superiori della vita spirituale. Esse venivano simbolicamente incarnate dalle muse del Parnaso, figure idealizzanti e allegoriche, rappresentate nell’iconografia medievale con pose e attributi specifici, come nel memorabile affresco di Andrea di Bonaiuto nel capellone degli Spagnoli in S.M.Novella a Firenze o nelle formelle del campanile di Giotto, e più tardi nella biblioteca di Federico da Montefeltro a Urbino o nell’appartamento Borgia in Vaticano.
Le nove muse, figlie di Mnemosyne e “patrone” delle arti, erano anche considerate garanti dell’armonia cosmica e della concertazione delle sfere celesti, secondo quella teoria platonicopitagorica che venne ampiamente ripresa nel Rinascimento e si ritrovò ben sistematizzata nel frontespizio della Practica Musicae di Franchino Gaffurio.

E’ curioso scoprire che, nonostante l’insieme delle ‘belle arti’, o Fine Arts, siano state perlopiù considerate nella tradizione moderna arti liberali, in quanto libere dalla trivialità della funzione pratica, tuttavia non sono mai state incarnate da alcuna musa. Tra Calliope, Clio, Erato, Euterpe, Melpomene, Polimnia, Talia, Tersicore e Urania, nessuna di esse si interessò mai né di pittura, né di scultura, né tanto meno di architettura o di arti applicate. Tra il IV e V secolo Marziano Capella nel De Nuptiis Philologiae et Mercurii rielaborò la tradizione antica e assimilò le muse alle sette arti della “paideia” cristiana, narrando l’allegoria dell’ascesa al cielo di Filologia per sposare Mercurio (ovvero l’Eloquenza), Sette libri dell’opera sono dedicati alle sette arti liberali: De arte grammatica, De arte dialettica, De retorica, De geometria, De aritmetica, De astronomia, De armonia. Non vi è nemmeno qui alcun accenno a qualsiasi forma di arte manuale. Per tutta la tradizione medievale le arti “pure” rappresenteranno il percorso necessario e preliminare per l’accesso alla filosofia e alla sapienza religiosa, come spiega sant’Agostino nel De doctrina christiana, e coincideranno con le “scienze” del trivio e del quadrivio: la grammatica, la retorica e la dialettica le prime, l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astronomia le seconde.

Fino al Rinascimento nessuno spazio e nessuna importanza particolare venivano dunque attribuiti alle arti figurative, seppure la cultura delle immagini rappresentasse per le gerarchie ecclesiastiche il canale di comunicazione più importante e più diretto, la più efficace “biblia pauperum”. Le arti figurative sono state considerate per lunghissimo tempo semplici arti meccaniche, mere espressioni di un sapere tecnico, non direttamente discendenti dal pensiero. Vili arti servili. La cattiva reputazione di tutte le attività manuali fu tale che l’etimologia della parola “meccaniche” – dal greco “mechanomai”, fare ad arte – in latino veniva traslata in “moechor”, essere adultero.

Il percorso per la “ liberazione” dell’arte fu tortuoso e complesso. La prima vera rivalutazione critica avvenne solo alla fine del Medioevo, da parte di Ugo da San Vittore: nel Didascalicon il teologo francese sostenne che nonostante siano le arti liberali a introdurci alla sapienza, quest’ultima ci aiuta a sopperire ai nostri bisogni principali mediante la produzione di beni, dunque mediante le arti meccaniche.
Compariva all’orizzonte della storia una lettura finalmente positiva della tecnica, un nuovo modo di guardare alla cultura dei manufatti.

E’ solo a partire dalla metà del Quattrocento, però, che i teorici più illustri dell’arte rinascimentale, da Leon Battista Alberti a Vasari, da Piero della Francesca a Leonardo da Vinci, incominciano a dare alla pittura e alle arti figurative dignità “spirituale”. Come ha sottolineato lo storico dell’arte Ferdinando Bologna in Dalle arti minori all’industrial design, l’umanesimo in realtà crede ancora in una concezione unitaria delle arti, ma lentamente i dibattiti speculativi e teorici aprono la strada a una classificazione gerarchica. Artigiani e artisti si distinguono, e la storia dell’arte discrimina come non “speculative” e dunque minori le arti decorative e la produzione artigianale. L’artista, d’altro canto, si libera dalla svalutazione matrice classica che l’aveva per secoli ridotto a un semplice lavoratore manuale e diventa un intellettuale capace di produrre sapere attraverso le immagini: il momento della discriminazione tra arti minori e arti maggiori matura negli ultimi decenni del Cinquecento, attraverso il crescere delle istanze neoplatoniche. Sono le accademie, per prime quella del Vasari a Firenze, e quelle di San Luca e di Federico Zuccari a Roma, che pongono l’accento sullo studio e sul sapere teorico, e creano la figura dell’artista dotto e “speculativo”. Ribaltando il mito delle botteghe e delle corporazioni e creando una gerarchia – che Ferdinando Bologna definisce classica – tra i pittori-cavalieri e i semplici artigiani. « Il rifiuto tecnico-funzionale dell’arte comportava la svalutazione dell’utilizzazione pratica del prodotto artistico e i trattati del tempo non mancavano di affermare che l’artefice è tanto più nobile per quanto lavora alla propria soddisfazione spirituale. Ciò presupponeva la svalutazione dell’opera d’arte come bene economico fruibile da una società ».

Gli artisti divennero intellettuali e le opere d’”arte alta” reti di significati simbolici. Come scrive Julius Schlosser Magnino: «In luogo dell’antica concezione democratico-borghese, consolidata dallo spirito corporativo e insieme al consolidarsi della società e dell’autocrazia aulico-aristocratica la “grande” arte si separa dal mestiere, e i suoi rappresentanti salgono nello strato superiore della civiltà; i “pittori di storie” e i professori di Accademie da un lato, i decoratori e gli imbianchini dall’altro divennero i due poli estremi che non hanno più nulla in comune.

Bisognerà aspettare il XVIII secolo e le teorie positiviste dell’illuminismo per il ritorno ad una concezione paritetica delle arti e per una rivalutazione dell’utilità degli artefatti come fatti sociali. Diderot, alla voce Arte dell’Encyclopédie, giudica la storica subordinazione delle arti meccaniche a quelle liberali in questo modo: «Un pregiudizio che tendeva a riempire le città di orgogliosi ragionatori e di contemplatori inutili, e le campagne di piccoli tiranni ignoranti, oziosi e sprezzanti. Le arti liberali si sono già cantate abbastanza da sole; oggi potrebbero usare ciò che rimane loro di voce per celebrare le arti meccaniche. Spetta alle arti liberali il compito di sollevare le arti meccaniche dall’avvilimento in cui il pregiudizio le ha tenute per tanto tempo. Esca dal seno delle Accademie qualche uomo che scenda nei laboratori, vi raccolga osservazioni sui fenomeni delle arti, e ce le esponga in un’opera che induca gli artisti a leggere, i filosofi a pensare utilmente e i grandi a fare finalmente un utile impiego della loro autorità e dei premi di cui dispongono». Sotto la spinta del convinto processo di inversione dei vecchi pregiudizi, nasce la sintesi tra utilità ed estetica, e il rigetto della secolare separazione dottrinaria fra pensiero e tecnica. Il primato del momento metafisico dell’arte, quello che dava dignità di liberalità solo all’ideazione dell’opera, soccombe sotto le istanze sociologiche che gli enciclopedisti auspicano (saranno Williams Morris e il movimento Art and Kraft, un secolo più
tardi, a deliberare la pari dignità di arte e artigianato).

Ma dopo la ventata illuministica, il romanticismo aveva imposto nuovamente il modello dell’artista arroccato nella pura dimensione dell’ideare, isolato nella sua malinconia creativa e figlio dello “spirito”. A dispetto dell’afflato illuminista per l’uguaglianza delle arti, rinasce dunque il senso di superiorità dell’artista, che dall’alto di una torre inaccessibile, leva un’altra volta lo stendardo del “genio”: la concezione romantica dell’autonomia spirituale dell’arte immediatamente ritrasforma la pratica artistica in un’astrazione simbolica di matrice idealista, lontana dalla “trivialità” tecnica dell’artigianato. Le arti applicate vengono di nuovo declassate al livello delle antiche arti meccaniche. Il primato va alla poesia, arte assoluta dello spirito.

Poco più tardi però, con lo sviluppo incalzante della rivoluzione industriale, le istanze illuministiche e le prospettive di miglioramento della società riprenderanno piede e nascerà l’idea della possibilità di una produzione artistica in serie mediante l’impiego della macchina. La temperie culturale si farà matura per un nuovo dibattito, dove il design diventa nuovo protagonista. L’artigianato manuale, invece, subisce dunque un ennesima discriminazione storica, e lentamente la classe artigianale ripiomba in un oblio che sembra ancora perdurare.

Articolo apparso sulla rivista ARTEDOSSIER n°290 luglio/agosto 2012 curata da Philippe
Daverio – Giunti Editore Firenze-Milano.