La Stampa Fine Art – Figlia illegittima della Fotografia Digitale

La Stampa Fine Art – Figlia illegittima della Fotografia Digitale

É facile oggi essere sfiorati dal desiderio assurdo di tornare ‘analfabeti’, in una società dove tutti sono indotti a credere di sapere fotografare e comprenderne l’uso dei termini.

Al limite si diventa dei fotografi ‘fatti e finiti’; illusi di venire facilmente accettati nel mondo del privilegio di una mostra o esposizione o nel costruirsi un bel sito web.

Un Fotografo, un ‘essere fotografico’, è qualcuno che vive le cose come se, non subito, ma un giorno, dovessero essere fotografate. É in quel tempo ‘visivo’ che nasce una fotografia.

Nella sua configurazione iniziale, la Fotografia era un campo in cui contenuti e metodi della sua cultura materiale, si servivano di mezzi tecnici ed informatici per realizzare i propri scopi ed obiettivi.

Oggi, sia l’amatore, sia il professionista, fino all’autore e all’artista, sono utenti abituali e spesso appassionati degli strumenti informatici, dei quali ovviamente non possono fare a meno, tanto che sarebbe ormai impossibile individuare una immagine che non sia (in) utilmente pervasa dalle tecniche prodotte da un programma specifico o da un software specializzato.

C’è però una novità: che rischia di essere sottovalutata o fraintesa, dai molti entusiasti fautori del connubio tra informatica digitale e fotografia oggi a centinaia sulla platea rispetto ai tempi di chi ha fatto ‘scuola’, e ben al di là di quanto fosse ragionevolmente prevedibile o forse auspicabile.

La novità consiste nel progressivo mutamento tecnologico, per cui dall’essere concepito come mezzo al servizio di discipline e metodi elaborati attraverso gli anni, e possiamo dire i secoli, le risorse tecnologiche e digitali sono divenute in molti casi, obiettivi o elementi centrali della ricerca di base, e in particolare di parti sempre più ampie di quella cultura umanista che aveva da sempre caratterizzato in parte la Fotografia.

Le conseguenze di questo progressivo mutamento di prospettiva, è quello che: da strumenti (in quanto prodotti tipici della tecnica), i ritrovati informatici si sono mutati nei fini di una ricerca non applicata come quella umanista, ma possiamo dire anche artistica e autoriale.

Nel senso che la ricerca artistica e umanistica è libera da preoccupazioni immediatamente applicative o addirittura commerciali e oserei dire anche un po’ troppo concettuali.

Siamo alla caricatura di chi nel campo fotografico si definisce autore e/o artista, di coloro che al posto di affermare l’autonoma dignità e la vitale importanza del proprio ruolo, si attacca pigramente al carro della tecnologia, tentando di affermare il compimento di un percorso tutto autonomo, dal pensiero alla realizzazione fino all’assurdo del risparmio economico.

Per questa via, Autori e Tecnici si scambiano i ruoli, e il percorso di molte discipline viene riscritto, con discontinua nozione dei loro metodi e obiettivi, da fotografi e autori fattisi informatici a informatici fattisi cultori di varia umanità.

A pratiche antiche tra il fotografo e il laboratorio, si sostituiscono pratiche ‘soggettive’ scelte solo a motivo della loro gradevolezza, popolarità (faccio tutto io!) e mediatica attrattività.

Pur evitando di cadere in indebite generalizzazioni o polemiche, in eccessi di reazione, si tratta di una tendenza della quale stare in attenta osservazione.

Recentemente alla mostra di un importante Autore iItaliano,  escludendo naturalmente il suo ruolo primario  nella ripresa e scelta del soggetto, noto che realizza tutto il processo di stampa in proprio, e fin qui nulla di strano, se non il fatto che la motivazione di ciò, sta tutta nel crederlo un vantaggio e una liberazione da quel rapporto che legava appunto diverse figure storiche e necessarie alla realizzazione, non di un ‘quadro’ ma di una immagine stampata, ovvero, di un percorso, di un patrimonio di relazioni.

La domanda qui, per cogliere anche tutto l’intervento, è quella di dare senso alla storia, solo 10 anni fa per stampare una mostra di 200 immagini si doveva ricorrere ad un laboratorio, buono o cattivo che fosse, quello era il ruolo, quella era storia, mentre l’autore: doveva essere colui che cercava nelle pieghe del mondo; fotografando, leggendo, viaggiando, incontrando, slegato appunto dalla necessità strettamente tecnica.

Nella Repubblica, Platone elogia la divisione del lavoro: « le singole cose riescono più e meglio e con maggiore facilità quando uno faccia una cosa sola, secondo la propria naturale disposizione e a tempo opportuno, senza darsi pensiero delle altre». Occorre però capire quale sia ‘la cosa sola’ che ciascuno deve fare. Per Platone è il ‘mestiere’ dotato di una sua specifica e complessa struttura.

Con le migliaia di stampanti vendute, la ‘cosa sola’ e diventata un minuscolo frammento di tanta attività. La quantità di stampe è aumentata a dismisura spinta dai costruttori di stampanti, ma, anche dal grande errore dei laboratori e autori, il mirare alla sola quantità sperata dei primi e  alla illusione di un sogno individualistico dei secondi, a discapito non tanto della qualità, ma del suo ‘specifico’, non inteso come ciò che delimita il mezzo, ma il contenuto del mezzo, ovvero, la sua storia,

Così potremmo dire che all’artigiano stampatore, non è subentrato l’artista o l’autore, ma un nuovo ‘operaio’: anonimo, intercambiabile, utile solo per la sua forza-lavoro.

La fotografia contemporanea deve considerare anche questo tipo di rapporto cessato da tempo, a differenza del Cinema, in fotografia l’autore si nomina da solo come ad intendere che in tutte le sequenze vi sia stata solo la sua mano.

Rasenta l’assurdo definirsi Artista con queste premesse in Fotografia.

Tecnicamente nella fotografia contemporanea vi è una sorta di ‘catena di montaggio’, che non possiamo nemmeno chiamare ‘produzione’ ma al limite solo ‘servizio’.

La frammentazione di pensiero e la ricerca di parametri di facilitazione ha portato solo ad una vertiginosa produzione.

C’è pertanto da chiedersi se questa vertiginosa produzione di immagini sia sinonimo di maggiore profondità e originalità.

E rimane da chiedersi se i Clienti vengano meglio serviti e garantiti, o se un curatore o un critico osservando o approvando una mostra, abbiano la garanzia di ciò che hanno davanti, non solo in termini di riferimenti estetici ma anche di definizioni.

Il controllo sensitometrico di un laboratorio fotografico di un tempo (di quelli che realmente lo avevano), era paragonabile al controllo che serve oggi ad un reparto di stampa con macchinari di  svariati milioni di euro.

I singoli amatori o professionisti che fanno tutto in proprio, non hanno la stessa sensibilità e costanza, e usano l’idiozia indotta dai sistemi informatici per far credere al mercato che con qualche strumento si raggiunga la perfezione, la loro idea di perfezione.

L’unica speranza è quella che una volta arrivati a produrre miliardi di immagini, consumati miliardi di cartucce di inchiostro inutilmente, consumato e gettato miliardi di metri di carta, nessuno avrà più i soldi per acquistare quell’unica immagine che valeva, quella che tornerei a chiamare:  STAMPA FOTOGRAFICA e non STAMPA FINE ART.

Agosto 2016 – Btec